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Quid Iuris del danno morale?

Il danno alla sfera non patrimoniale della persona suscita da sempre interrogativi  per gli operatori del diritto; e ciò non perchè si tratti di un “caput mortuum”, bensì perchè è un danno difficile, non essendo in primo luogo semplice secernere i disagi  morali ed emotivi della vita quotidiana dalle lesioni ingiuste foriere di richieste risarcitorie.

Ancora difficile perchè afferendo i suddetti pregiudizi alla sfera psichica e morale, la prova dell’esistenza (o meno) degli stessi esula da classificazioni e categorie e molto spesso è rimessa totalmente alla discrezionalità (se non addirittura all’intuizione) del giudice.

E’ difficile, infine, perchè quanto detto poc’anzi fa sì che la prova del quantum debeatur sia rimessa al giudizio puramente equitativo il che lascia spazi ad arbitrii e discriminazioni.

Ciò posto la giurisprudenza da tempo si è affannata nella ricerca di un quadro all’interno del quale collocare le diverse figure (rectius categorie) di danno non patrimoniale: danno morale, esistenziale, dinamico – relazionale, biologico.

Evidente è infatti il rischio di dilatare oltre ogni ragionevole dubbio il contenzioso attraverso l’eccessivo allargamento dell’ambito dei danni morali risarcibili; o ancora, il pericolo di proposizione di pretese infondate al fine di strappare il convincimento emotivo del Giudice.

Senza volerci addentrare troppo nell’annosa e dibattuta questione di cosa si intende per danno non patrimoniale – basta dire che già i giureconsulti romani parlavano di luat in corpore quoad luere non potest in bonis – e senza alcuna pretesa di esaustività, ci si soffermerà sugli ultimi interessanti sviluppi giurisprudenziali, in particolare sugli arresti successivi alla sentenza che in subjecta materia ha in qualche modo fatto da spartiacque.

Ci riferiamo al leading case delle Sezioni Unite dell’11.11.2008 (sent. n. 26972) le quali, nel tentativo di porre un punto di arrivo nella materia, che fosse anche in qualche modo stella polare da tener presente per la materia del risarcimento danni, hanno affermato che il risarcimento  dovrà essere sì integrale ma non duplicato con il richiamo di voci (morale, biologico, qualità della vita, serenità) prive di autonomia e da quantificare in concreto.

Dunque, in caso di sofferenze fisiche o psichiche, non si potranno duplicare, affermano i Giudici di Piazza Cavour, le poste risarcitorie attraverso il riconoscimento del danno biologico, del  danno morale e del danno esistenziale, ma il giudice dovrà solo “personalizzare”, secondo il caso portato alla sua attenzione hic et nunc, la liquidazione del primo.

Tutto risolto?

Macché……

Si richiamano a tal fine le conclusioni di Cass. Civ. sez. III, 12.12.2008, n. 29191, in cui si sottolinea la “logica autonomia della voce danno morale rispetto alla lesione del diritto alla salute in relazione alla diversità del bene protetto” e ancora che “l’autonomia ontologica del danno morale deve essere considerata in relazione alla diversità del bene protetto, che attiene alla sfera della dignità morale delle persone, escludendo meccanismi semplificativi di tipo automatico”.

Nonostante l’intervento delle Sezioni Unite poc’anzi richiamate, la giurisprudenza immediatamente successiva ha continuato a riconoscere l’autonomia ontologica del danno morale e di quello esistenziale rispetto al danno biologico.

In realtà, le diverse soluzioni prospettate dalla giurisprudenza di legittimità derivano da una duplice lettura data in merito alla questione della dell’unitarietà del danno non patrimoniale.

Secondo una prima ricostruzione la praticabilità della liquidazione del danno morale, sovente in percentuale rispetto al danno biologico (da 1/3 alla metà), sarebbe stata tout court esclusa dalla sentenza 26972/08, a tenore dela quale le “sofferenze psichiche e fisiche patite dal soggetto leso” andrebbero considerate in seno alla “personalizzazione della liquidazione del danno biologico”.

Secondo un diverso approccio ermeneutico, invece, la statuione citata andrebbe letta in riferimento al caso in cui il danneggiato abbia dedotto ed allegato in giudizio le medesime sofferenze, ragion per cui risarcire il danno biologico e quello morale in relazione allo stesso pregiudizio rappresenterebbe una errata duplicazione delle poste risarcitorie.

Questa seconda ricostruzione, che in qualche modo riconosce “diritto di cittadinanza” al danno morale nel nostro ordinamento, appare essere oggi l’impostazione preferita in giurisprudenza.

Sul punto si segnalano due pronunce della S.C. che, seppur in maniera differente tra loro, affermano la possibilità per il giudice di liquidare il danno morale accanto al danno biologico, nel rispetto dell’orientamento che ha sancito l’unitarietà del danno non patrimoniale.

Con la sentenza n. 22585/2013  la S.C. ha statuito che proprio l’esame della normativa emanata all’indomani della pronuncia delle  Sezioni Unite del 2008 dimostra la volontà del legislatore di distinguere, morfologicamente prima ancora che funzionalmente tra la voce di danno cd. biologico da un canto e la voce di danno morale dall’altro. Ed invero l’art. 5 del Dpr 31/2009 prevede che la percenutale del danno biologico sia determinata sulla scorta delle tabelle delle menomazioni  e relativi criteri di cui agli artt. 138 e 139 del Codice delle Assicurazioni Private  mentre il danno morale venga valutato in relazione all’entità della sofferenza e del turbamento dello stato d’animo, oltre che in relazione alla lesione della dignità della persona.  Da ciò discende che in un ordinamento giuridico, quale quello attuale, in cui il formante legislativo prevale su quello giurisprudenziale, le Corti non potrebbero disconoscere ciò che il legislatore dà per esistente. L’arresto in commento si segnala anche per una interpretazione della nota sentenza del 2008 che, a parere del Supremo Collegio, “ad una più attenta lettura,non ha mai predicato un principio di diritto volto alla soppressione per assorbimento, ipso facto, del danno morale nel danno biologico, avendo viceversa indicato al giudice del merito la necessità di evitare, attraverso una rigorosa analisi dell’evidenza probatoria, duplicazioni risarcitorie”.

Su tale scia si segnala anche Cass. 16413/2013 per cui “non si riscontra alcuna duplicazione laddove le voci risarcitorie hanno distintamente riguardato il danno biologico (inteso come mera lesione dell’integrità psicofisica), il danno morale (inteso come sofferenza interiore temporanea causata dalla commissione di un fatto illecito), il danno esistenziale (inteso come umiliazione delle capacità ed attitudini lavorative con pregiudizio all’immagine del dipendente sul luogo di lavoro)”.

Di contenuto (apparentemente) diverso appare la recentissima pronuncia degli Ermellini n. 687 del 15.1.2014 la quale, richiamandosi al principio dell’unitaria configurazione del danno non patrimoniale,  afferma che la liquidazione del danno non patrimoniale deve essere complessiva e cioè tale da coprire l’intero pregiudizio a prescindere dai “nomina iuris” dei vari tipi di danno, i quali non possono essere invocati singolarmente per un aumento della anzidetta liquidazione. Tuttavia, si legge nella statuizione in commento, “sebbene il danno non patrimoniale costituisca una categoria unitaria, le tradizionali sottocategorie di danno biologico e danno morale continuano a svolgere una funzione, per quanto solo descrittiva, del contenuto pregiudizievole preso in esame dal giudice al fine di dare contenuto e parametrare la liquidazione del danno risarcibile“. Pertanto, conclude la S.C., “è erronea la sentenza di merito la quale a tali sottocategorie abbia fatto riferimento, ove, attraverso il ricorso al danno biologico ed al danno morale, siano state risarcite due volte le medesime conseguenze pregiudizievoli (ad esempio ricomprendendo la sofferenza psichica sia nel danno “biologico” che in quello “morale”); se, invece, facendo riferimento alle tradizionali locuzioni, il giudice abbia avuto riguardo a pregiudizi concretamente diversi, la decisione non può considerarsi erronea in diritto“.

 

 

 

 

 


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