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Motivazione del provvedimento, vizio formale non invalidante dell’atto e integrazione giudiziale: Cons. Stato, sez. IV, 4 marzo 2014 n. 1018.

Nella sentenza n. 1018 del 4 marzo 2014 si afferma, richiamandosi la sentenza della V Sezione 20 agosto 2013, n. 4194, che è insegnamento tradizionale e consolidato quello in base al quale nel processo amministrativo la motivazione deve precedere e non seguire il provvedimento a tutela oltre che del buon andamento e dell’esigenza di delimitazione del controllo giudiziario degli stessi principi di parità delle parti e giusto processo (art. 2 c.p.a.) e di pienezza della tutela secondo il diritto europeo (art. 1 c.p.a.), i quali convergono nella centralità della motivazione quale presidio del diritto costituzionale di difesa.

Tuttavia, si rileva, il divieto di integrazione giudiziale della motivazione non ha carattere assoluto, in quanto non sempre i chiarimenti resi nel corso del giudizio valgono quale inammissibile integrazione postuma della motivazione: è il caso, si afferma nella sentenza, degli atti di natura vincolata di cui all’art. 21-octies della legge n. 241 del 1990, nei quali l’amministrazione può dare anche successivamente l’effettiva dimostrazione in giudizio dell’impossibilità di un diverso contenuto dispositivo dell’atto, oppure quello concernente la possibilità di una successiva indicazione di una fonte normativa non prima menzionata nel provvedimento, quando questa, per la sua notorietà, ben avrebbe potuto e dovuto essere conosciuta da un operatore professionale.

Infatti, sebbene il divieto di motivazione postuma, costantemente affermato dalla giurisprudenza amministrativa, meriti di essere confermato, rappresentando l’obbligo di motivazione il presidio essenziale del diritto di difesa, non può ritenersi, sottolinea il Consiglio di Stato, che l’amministrazione non incorra nel vizio di difetto di motivazione quando le ragioni del provvedimento siano chiaramente intuibili sulla base della parte dispositiva del provvedimento impugnato o si verta in ipotesi di attività vincolata. Inoltre, la facoltà dell’amministrazione di dare l’effettiva dimostrazione dell’impossibilità di un diverso contenuto dispositivo dell’atto, nel caso di atti vincolati, esclude in sede processuale che, si legge sempre nella sentenza, l’argomentazione difensiva dell’amministrazione, tesa ad assolvere all’onere della prova, possa essere qualificato come illegittima integrazione postuma della motivazione sostanziale, cioè come un’indebita integrazione in sede giustiziale della motivazione stessa.

Pertanto, alla luce dell’attuale assetto normativo, il Consiglio di Stato ritiene che devono essere attenuate le conseguenze del principio del divieto di integrazione postuma, dequotando il relativo vizio tutte le volte in cui l’omissione di motivazione successivamente esternata: i) non abbia leso il diritto di difesa dell’interessato; ii) nei casi in cui, in fase infraprocedimentale, risultano percepibili le ragioni sottese all’emissione del provvedimento gravato; iii) nei casi di atti vincolati.


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