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La sottile linea tra cronaca e diffamazione

Informazione ed onore: la questione ruota tutta intorno a questi due valori, così importanti ma a volte così apparentemente inconciliabili. Da una parte il diritto all’onore (art. 2 Cost.), e dall’altra la libertà di informazione, intesa come libertà di informare, di informarsi e di essere informati, anche questa direttamente riconosciuta a livello costituzionale dall’articolo 21. Il difficile compito di trovare una soluzione mediana a questo conflitto di interessi è attribuito al giudice.

E’ noto che sussiste diffamazione ogni qualvolta siano pronunciate frasi o parole offensive dell’onore, del decoro o della reputazione della vittima, da intendersi non come la considerazione che ciascuno ha di sé, ma come il senso della dignità personale che ognuno ha di sé in conformità all’opinione del gruppo sociale, secondo il particolare contesto storico in cui detta valutazione avviene.

Orbene tale condotta può essere scriminata dal diritto di cronaca, quando l’interesse pubblico alla diffamazione prevalga sull’interesse del singolo alla propria reputazione, e ricorrano le seguenti tre condizioni:

1) l’utilità sociale della notizia;

2) la forma civile dell’esposizione;

3) la verità, anche putativa di essa (sul cui significato ci si soffermerà a breve) circa i fatti esposti, che devono essere il frutto di una ricerca seria e controllata (Cass. Civ. 16917/2010).

Tralasciando per il momento le prime due condizioni, proprio con riferimento alla “verità” della notizia,  si segnala un’interessante pronuncia della Cassazione (Cass. Civ.  6490/2010), la quale ha ritenuto “Quanto al diritto di cronaca, esso non esime l’emittente – e per essa il giornalista a cui sia affidata la trasmissione – dal valutare con la debita cautela l’attendibilità delle informazioni cui dia spazio, o quantomeno dall’istituire un minimo di contraddittorio, soprattutto a fronte di accuse di particolare gravità, interpellando anche l’accusato o chi per lui, sì da metterlo nelle condizioni di difendersi nell’immediatezza degli addebiti e tramite lo stesso mezzo di diffusione […] L’esercizio del diritto di cronaca deve essere cioè attentamente calibrato, in considerazione da un lato dell’interesse del pubblico alla conoscenza dei fatti, se ovviamente veri; dall’altro lato dell’entità dei danni che ne potrebbero ingiustamente derivare agli accusati, se i fatti non fossero veri”.

Al fine di invocare l’esimente del diritto di cronaca, la verità della notizia può essere, come detto, anche putativa.  Tuttavia questa condizione va valutata con particolare rigore, essendo la stessa ipotizzabile solo qualora, pur non essendo obiettivamente vero il fatto pubblicato, il giornalista abbia in ogni caso assolto l’obbligo di esaminare, controllare e verificare quanto oggetto della sua narrativa, al fine di vincere ogni dubbio, “non essendo sufficiente un generico affidamento sia pure in buona fede” (Cass. Pen. sent. 11277/2010).


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