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Conferenza di servizi e modalità di manifestazione del dissenso qualificato da parte di amministrazioni preposte alla tutela di interessi sensibili: Cons. Stato, sez. VI, 5 marzo 2014, n. 1059.

La questione posta all’esame del Collegio ha riguardato la legittimità di una determinazione comunale adottata all’esito di una conferenza di servizi indetta per l’esame e l’approvazione di un progetto definitivo per la ristrutturazione di una area portuale.

Alla conferenza di servizi era stata inviata anche l’ Autorità di Bacino, in qualità di amministrazione deputata ad esprimere un parere obbligatorio sulla compatibilità dell’intervento con i vigenti strumenti di pianificazione in tema di prevenzione del rischio idrogeologico.

Poco prima dell’inizio dei lavori della quinta seduta della Conferenza, l’Autorità di Bacino – che non aveva designato alcun rappresentante a prendervi parte – faceva pervenire via fax al Comune procedente una nota a firma del Commissario straordinario, con cui rendeva noto che il proprio Comitato tecnico aveva espresso parere contrario al progetto per contrasto con i vigenti atti di pianificazione.

La questione giuridica risolta dalla sentenza n. 1059 del 5 marzo 2014 indicata in epigrafe ha riguardato la valenza del dissenso manifestato da una amministrazione preposta alla tutela di interessi sensibili al di fuori della sede della conferenza.

L’art. 14, comma 2, della legge n. 241 del 1990 dispone che «la conferenza di servizi è sempre indetta quando l’amministrazione procedente deve acquisire intese, concerti, nulla osta o assensi comunque denominati di altre amministrazioni pubbliche e non li ottenga, entro trenta giorni dalla ricezione, da parte dell’amministrazione competente, della relativa richiesta».

L’art. 14-quater, primo comma, prevede che il dissenso di uno o più rappresentanti delle amministrazioni ivi comprese quelle preposte alla tutela

ambientale, paesaggistico-territoriale, del patrimonio storico-artistico o alla tutela della salute e della pubblica incolumità, regolarmente convocate alla conferenza di servizi, «a pena di inammissibilità, deve essere manifestato nella conferenza di servizi, deve essere congruamente motivato, non può riferirsi a questioni connesse che non costituiscono oggetto della conferenza medesima e deve recare

le specifiche indicazioni delle modifiche progettuali necessarie ai fini dell’assenso».

Il terzo comma dello stesso art. 14-quater dispone che «ove venga espresso motivato dissenso da parte di un’amministrazione preposta alla tutela

ambientale, paesaggistico-territoriale, del patrimonio storico-artistico o alla tutela della salute e della pubblica incolumità, la questione, in attuazione e nel rispetto del principio di leale collaborazione e dell’articolo 120 della Costituzione, è rimessa dall’amministrazione procedente alla deliberazione del Consiglio dei Ministri, che ha natura di atto di alta amministrazione».

Il Consiglio di Stato ha affermato che «vero è che, in ragione della qualifica di ‘inammissibilità’, la mancata espressione nel contesto della conferenza di servizi del dissenso qualificato a cura di interessi sensibili non è idonea a generare l’effetto di rimessione della questione ad altro e superiore livello di governo a norma dell’art. 14-quater, comma 3, l. n. 241 del 1990». Nondimeno, si afferma, «un parere ostativo di siffatti caratteri ed effetti, espresso fuori e appena prima dalla conferenza, non è per ciò solo da considerare, da parte di un’altra amministrazione, come inesistente; né la valutazione tecnica cui si riferisce può essere contrastata nell’immediato, senza ulteriori e congrui approfondimenti».

A queste conclusioni il Consiglio di Stato è pervenuto sulla base del rilievo che «l’azione amministrativa, quando è ripartita tra varie competenze,

specie in ragione dell’autonomia locale, necessita dell’applicazione effettiva dell’immanente principio fondamentale di leale cooperazione, che esige – a compensazione della ripartizione di competenze – che le amministrazioni implicate collaborino realmente nella salvaguardia dell’esercizio reciproco delle funzioni, acquisendo così una congrua e completa conoscenza dei fatti e la possibilità di una considerazione adeguata e proporzionata degli interessi coinvolti di rispettiva competenza, vagliando se gli assunti presi a base sono corretti o possono essere corretti e modificati pur senza venir meno alla cura dell’interesse pubblico di loro attribuzione: ferma restando poi per ciascuna la autonoma e definitiva valutazione (specie se tecnica: la comparazione non trasforma infatti la valutazione tecnica in un giudizio di discrezionalità».


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