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Consiglio di Stato IV sezione, ordinanza n. 2707/2015: specificazione del nominativo dell’appaltatore e dei costi per la sicurezza aziendale nell’offerta. La parola all’Adunanza Plenaria.

Rimessa all’Adunanza Plenaria la soluzione delle seguenti questioni (ordinanza n. 2707/2015):

A) se sia o meno obbligatoria, ai sensi dell’art. 118 del d.lgs. nr. 163/2006 e delle norme connesse, l’indicazione già in sede di presentazione dell’offerta del nominativo del subappaltatore, qualora il concorrente sia privo dei necessari requisiti di qualificazione per talune categorie scorporabili ed abbia espresso l’intento di subappaltare tali prestazioni;

B) se, ammessa la risposta affermativa al quesito che precede, per le procedure nelle quali la fase di presentazione delle offerte si sia esaurita anteriormente al pronunciamento della Plenaria, sia possibile ovviare all’eventuale omissione attraverso il rimedio del c.d. soccorso istruttorio, e quindi invitando il concorrente interessato a integrare la dichiarazione carente;

C) se, in relazione all’obbligo di indicazione in sede di offerta dei costi per gli oneri di sicurezza aziendale, affermato anche per gli appalti di lavori dalla sentenza nr. 3 del 2015, sia del pari possibile, per le procedure nelle quali la fase di presentazione delle offerte si sia esaurita anteriormente al ridetto pronunciamento, ovviare all’eventuale omissione attraverso il rimedio del c.d. soccorso istruttorio, e quindi invitando il concorrente interessato a integrare o precisare la dichiarazione carente.

Consiglio di Stato IV sezione, ordinanza n. 3347/2014 sull’acquisizione sanante.

La quarta sezione del Consiglio di Stato, con ordinanza n. 3347/14 rimette gli atti all’Adunanza Plenaria per la definizione dei contrasti di giurisprudenza sui poteri del commissario ad acta.

Tar Salerno, sentenza n. 965/2015 sulla disciplina dell’offerta economicamente più vantaggiosa.

I giudici amministrativi con la sentenza num. 965/2015 hanno affermato: 1) la rilevanza della dichiarazione ex art. 119 V comma DPR n. 207/2010 al fine dell’ammissione alla gara;  2) l’ammissibilità e la rilevanza della clausola del bando che consente la integrazione / riduzione / sostituzione delle lavorazioni inserite dalla stazione appaltante nella lista delle quantità, ma non la loro eliminazione dall’offerta economica.

 

L’avvocato può adire, con ricorso per decreto ingiuntivo finalizzato al recupero dei crediti professionali, il tribunale del luogo ove ha la sede principale dei suoi affari (e cioè il foro presso cui è iscritto).

Cassazione Civile, Sezione VI, Ordinanza 23 marzo 2015, n. 5810.

Sanatoria di opere realizzate in presenza di un vincolo paesaggistico: Cons. Stato, sez. VI, 26 marzo 2014, n. 1472.

La sentenza del 26 marzo 2014, n. 1472 afferma, per la prima volta, il principio secondo cui il divieto di sanatoria di opere abusive in presenza di un vincolo paesaggistico non opera quando l’abusività è conseguenza dell’annullamento, in autotutela ovvero da parte del giudice amministrativo, del titolo abilitativo.

L’articolo 146, comma 4, del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell’articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137) ha disposto che fuori dai casi di cui all’articolo 167, commi 4 e 5, l’autorizzazione paesaggistica non può essere rilasciata in sanatoria successivamente alla realizzazione, anche parziale, degli interventi. Il richiamato articolo 167 ha stabilito che tale divieto non opera nei casi in cui: a) i lavori eseguiti non hanno determinato la «creazione di superficie utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati»; b) sono stati impiegati «materiali in difformità dall’autorizzazione paesaggistica»; c) gli interventi eseguiti sono qualificabili quali «interventi di manutenzione ordinaria o straordinaria» ai sensi dell’art. 3 del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia).

Svolta questa premessa nella sentenza si afferma quanto segue.

«Le norme riportate, come risulta dal loro tenore letterale, non consentono la sanatoria di interventi realizzati in assenza o in difformità dall’autorizzazione paesaggistica, ammettendo il rilascio di un provvedimento di compatibilità soltanto nel caso di abusi minori.

Si tratta di norme imperative di divieto di fattispecie specificamente descritte, con individuazione di quelle sottratte al divieto stesso.

Il legislatore non ha ricompreso nell’ambito di applicazione della disposizione in esame la realizzazione di lavori eseguiti sulla base di una autorizzazione paesaggistica rilasciata e, successivamente, annullata in sede giurisdizionale. Né sarebbe ammissibile una interpretazione analogica del citato articolo 146, comma 4, in quanto, venendo in rilievo una norma di proibizione, la stessa, per la sua natura eccezionale, non è suscettibile di applicazione a casi diversi da quelli espressamente contemplati. Ma anche a volere prescindere da tale aspetto, non sussisterebbe neanche la identità di ratio che giustifica il procedimento di interpretazione analogica: non sono, infatti, equiparabili le due fattispecie costituite, da un lato, dall’assenza o difformità dal titolo, dall’altro, dall’esistenza di un titolo invalido ma, sino alla sentenza del giudice amministrativo, pienamente efficace. Lo stesso legislatore tiene normalmente separate le ipotesi in esame: si pensi, a titolo esemplificativo, sia pure in relazione ad un ambito diverso da quello in esame, alla diversa disciplina edilizia prevista per le opere realizzate senza titolo, in difformità essenziale da esso ovvero sulla base di un atto annullato (si vedano, a tale proposito, gli articoli 31 e seguenti del d.lgs. n. 380 del 2001)».