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Sulla determinazione del valore della causa: la discrezionalità del giudice ed il “peso” della riconvenzionale. Cassazione Civile, sentenza 14691/2015

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14691 del 14.7.2015 affronta il problema della determinazione del valore delle controversie ai fini della determinazione dei compensi professionali forensi. I Giudici di Piazza Cavour riconoscono al giudice la possibilità di determinare il valore della lite secondo la propria discrezionalità, qualora l’applicazione dei criteri sanciti nel codice di rito portino a risultati manifestamente sproporzionati rispetto al valore effettivo anche disapplicando le norme (quali l’art. 10 c.p.c.) in tema di determinazione del valore della lite; e tanto in coerenza con il “principio generale di proporzionalità e adeguatezza degli onorari di avvocato nell’opera professionale effettivamente prestata” .

La detta discrezionalità, a parere della S.C.,  è necessariamente funzionale a evitare la proposizione di pretese economicamente sproporzionate del professionista rispetto al valore effettivo della lite al solo fine di aumentare il compenso professionale.

La Corte, infine, ribadisce un altro orientamento che può ritenersi pacifico (cfr. Cass. 20 gennaio 2003 n. 731 e Cass. 27 gennaio 2003 n. 1202): nella determinazione del valore la domanda riconvenzionale non si cumula con quella principale, ma può al più consentire l’applicazione di uno scaglione superiore se essa autonomamente supera il valore della domanda principale poichè la proposizione di una domanda riconvenzionale amplia comunque il thema decidendum, con conseguente esigenza di una maggior attività difensiva, pur non potendosi far luogo al cumulo delle domande per la determinazione del valore della controversia, ai fini della liquidazione dell’onorario, ma si deve valutare opportunamente l’attività in concreto svolta dall’avvocato nella trattazione anche delle domande riconvenzionali, utilizzando il parametro correttivo del valore effettivo della controversia.

Cassazione Civile, ordinanza n. 49 del 3.1.2018; sulla decorrenza del termine breve per ricorrere in Cassazione ai sensi dell’art. 348 ter c.p.c.

Per effetto delle modifiche introdotte dall’art. 54 del D.I. n. 83 del 22 giugno 2012, agli artt. 348 bis e 348 ter c.p.c., nel caso in cui sia pronunciata l’inammissibilità dell’appello perché “non aveva ragionevole probabilità di essere accolto”, la parte soccombente nel giudizio di primo grado può proporre ricorso in cassazione avverso quest’ultima pronuncia. 

E’ una norma questa, per vero non scevra da copiose critiche delle dottrina,  avente effetto dirompente nel nostro ordinamento dal momento che, a seguito della sua introduzione, la declaratoria di inammissibilità dell’appello non fa passare in giudicato la sentenza di primo grado (cd. principio di consumazione dell’impugnazione), potendo questa essere impugnata, sia pur nei limiti dei motivi specifici esposti con l’atto di appello,  dinanzi alla Suprema Corte.

Con l’ordinanza in commento, la numero 49/2018 del 3 gennaio 2018, i Giudici di Piazza Cavour si sono occupati del termine breve concesso –  ai sensi dell’art. 325 c.p.c. –  al soccombente al fine di  proporre ricorso per Cassazione contro la statuizione di prime cure.

La Suprema Corte ha affermato che “ai fini della decorrenza del termine per impugnare, l’art. 348 ter prevede che il termine perentorio cd. breve di cui al comma 2 dell’art. 325 c.p.c.  decorra dalla comunicazione dell’ordinanza del giudice di appello, ovvero – ma solo se anteriore – dalla notificazione di essa eseguita da una delle parti”.

Ciò che però risulta particolarmente rilevante nella decisione è che la Cassazione ha ritenuto sufficiente ai fini del decorso del suddetto termine breve (60 giorni) per impugnare la sentenza di primo grado che la comunicazione dell’ordinanza possa avvenire sia in via ordinaria che a mezzo pec.

Nel caso deciso, in particolare, i giudici di legittimità hanno dichiarato l’inammissibilità del ricorso per tardività dello stesso, atteso che era stato notificato entro i sessanta giorni dalla notifica dell’ordinanza di appello effettuata dalla controparte presso il procuratore costituito del ricorrente, ma oltre il sessantesimo giorno dalla comunicazione dell’ordinanza di inammissibilità del gravame, giunta a mezzo pec dalla cancelleria della Corte d’Appello prima della suddetta notifica.

 

Cassazione Ordinanza n. 29579/2017: notifica a mezzo posta, necessaria la produzione dell’avviso di ricevimento

Ancora una pronuncia della Cassazione in materia di notifica a mezzo posta e mancata produzione dell’avviso di ricevimento.

Il giudice nomofilattico, con l’ordinanza n. 29579_2017 dell’11.12.2017, ha nuovamente affermato la necessità di produrre l’avviso di ricevimento del ricorso notificato a mezzo del servizio postale, pena l’inammissibilità dello stesso in caso di mancata costituzione della controparte.

Afferma la S.C. che in materia di notificazione a mezzo posta, l’avviso di ricevimento, pur non essendo elemento costitutivo del procedimento di notificazione,  costituisce il solo documento idoneo a provare sia l’intervenuta consegna dell’atto al destinatario, sia la data di questa e l’identità e l’idoneità della persona a mani della quale la consegna è stata eseguita.

Peraltro, precisa la Cassazione, la mancata produzione dell’avviso di ricevimento non può essere superata con la rinnovazione della notificazione ai sensi dell’art. 291 c.p.c., non vertendosi in ipotesi di mera nullità (Cass. Civ. n. 26108/2015), salvo che non si ottenga la rimessione in termini, offrendo la prova documentale di essersi tempestivamente attivati nel richiedere all’amministrazione postale – ai sensi dell’art. 6, comma 1, L. 890/82 – un duplicato dell’avviso.

Nel caso deciso la Corte, in mancanza della produzione dell’avviso di ricevimento ed in assenza di istanze di rimessione in termini da parte della P.A. ricorrente, ha dichiarato l’inammissibilità del ricorso.

Cassazione 29146/2017: sottoscrizione doppia del modulo CAI presunzione iuris tantum sulle modalità con cui è accaduto il sinistro

La Cassazione, con l’ordinanza n. 29146 del 6.12.2017, si preoccupa di rispondere alla domanda sulla valenza probatoria da attribuire alle dichiarazioni contenute nel modulo C.A.I. (Constatazione Amichevole di Incidente) recante la sottoscrizione di entrambi i conducenti coinvolti in un sinistro stradale.

Sul punto va sin da subito segnalato che la giurisprudenza non è stata sempre univoca, nascendo essenzialmente i problemi interpretativi sia dalla circostanza che l’assicuratore del danneggiante è soggetto terzo rispetto ai dichiaranti sia dalla possibilità che il conducente dichiarante sia soggetto diverso dal proprietario del veicolo.

Da un punto di vista squisitamente normativo, la materia è disciplinata dall’art. 143 co. 2 Cod. Ass. Priv. (che a sua volta richiama l’art. 5, comma 2, L. 29/1977) , secondo cui: “Quando il modulo sia firmato congiuntamente da entrambi i conducenti coinvolti nel sinistro si presume, salvo prova contraria da parte dell’impresa di assicurazione, che il sinistro si sia verificato nelle circostanze, con le modalità e con le conseguenze risultanti dal modulo stesso”.

Come detto tuttavia in giurisprudenza gli orientamenti sono stati più che ondivaghi nel corso del tempo.

Ed invero, secondo una prima impostazione, la presunzione semplice introdotta dalla legge avrebbe potuto operare soltanto in fase stragiudiziale. Nel caso opposto, ossia quando il C.A.I. sia utilizzato nel corso del giudizio, “trattandosi di dichiarazioni rese da un soggetto diverso dall’assicuratoresono liberamente apprezzabili dal giudice allo stesso modo delle dichiarazioni confessorie rese da un terzo”  (Cass. Civ. 4369/2002).

Secondo altro orientamento (Cass. Civ. 4007/2004), invece, la valenza probatoria del modulo C.A.I. sarebbe differente a seconda che le dichiarazioni confessorie siano opposte al conducente che le ha rese (confessione giudiziale ex art. 2735 c.c.), al proprietario del veicolo (alcun effetto confessorio essendo liberamente apprezzabile dal giudice), ovvero ancora alla compagnia assicurativa (presunzione “iuris tantum).

A dirimere i contrasti insorti ci hanno pensato le Sezioni Unite che, con la sentenza 16376/2006, hanno affermato che le dichiarazioni contenute nel modulo C.A.I. non possono fare piena prova nei confronti di alcuno dei litisconsorti chiamati in giudizio, ma non per questo possono considerarsi alla stregua di semplice prova liberamente apprezzabile, essendo le stesse idonee a fondare una presunzione semplice nei confronti di tutte le parti del giudizio.

Fa proprio questo indirizzo anche la recentissima statuizione del 6.12.2017, n. 29146, qui in commento,  secondo cui la “sottoscrizione congiunta, da parte di entrambi i conducenti, del modello CAI […] determina una presunzione, valida fino a prova contraria, del fatto che il sinistro si sia verificato con le modalità ivi indicate”.

Precisano infine i giudici di Piazza Cavour che la suddetta presunzione “è superabile, ma occorre che il giudice del merito ne spieghi le ragioni”.

Di qui l’errore in cui, secondo la S.C., è incorso il Tribunale adito in sede di gravame il quale, pur non mettendo in dubbio l’esistenza del sinistro ha tout court ritenuto che le concrete modalità di accadimento del sinistro indicate dall’attrice non avessero trovato adeguati riscontri oggettivi, senza spiegare tuttavia quale sarebbe potuta essere l’effettiva dinamica dell’incidente.

 

Cassazione Civile, ordinanza 22587/2017. Gravità dell’inadempimento ex art. 1455 c.c. e risoluzione del contratto di affitto dell’area di cava

Interessante pronuncia della Corte di Cassazione contenuta nell’ordinanza n. 22587 del 27.9.2017 in materia di contratto di fitto per l’esercizio dell’attività estrattiva.

I giudici di Piazza Cavour, nel confermare la statuizione del giudice d’appello, hanno respinto il ricorso della conduttrice avverso la declaratoria di risoluzione del contratto di affitto intimato dalla proprietaria, difesa dallo studio Riccardi & Fenucciu, affermando che la conduzione di attività estrattiva in sconfinamento costituisce al contempo violazione della normativa mineraria e del regolamento negoziale rappresentando un inadempimento grave ai sensi dell’art. 1455 c.c. che giustifica la risoluzione del contratto.

Nella richiamata pronuncia la S.C. afferma altresì che la valutazione in ordine alla gravità dell’inadempimento operata dal giudice di merito è sottratta al sindacato di legittimità, se adeguatamente motivata ed immune da vizi logici e giuridici.

Infine la Cassazione ribadisce il consolidato principio (ex plurimis Cass. 7077/2001) per cui quando una decisione di merito si fonda su distinte ed autonome rationes decidendi, ognuna delle quali sufficienti da sola a sorreggerla, il rigetto del motivo di ricorso attinente ad una di essa, rende superfluo l’esame degli altri motivi, non potendo la loro eventuale fondatezza (nel caso deciso in relazione all’avvenuta proroga del contratto di fitto per inefficacia della disdetta) portare alla cassazione della sentenza, che rimarrebbe ferma sulla scorta dell’argomento ritenuto esatto (id est il grave inadempimento della conduttrice che ha portato alla risoluzione giudiziale del contratto).