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Notifiche via PEC nel processo amministrativo: contrasto di giurisprudenza (TAR Lazio, sez. III-ter, sentenza 396/2015 e TAR Campania-Napoli, sez VII, sentenza 923/2015).

Il TAR Lazio, sez. III-ter, con la sentenza del 13 gennaio 2015 n. 396 ha giudicato inammissibile la notificazione a mezzo pec del ricorso.

Il TAR è giunto a questa conclusione basandosi su due considerazioni: la prima riguarda la circostanza che il legislatore abbia esteso al giudizio amministrativo soltanto la possibilità di effettuare a mezzo pec comunicazioni di segreteria (cfr. art. 16, d.l. 179/2012); la seconda la mancanza nel processo amministrativo delle specifiche tecniche atte a disciplinare le modalità operative per effettuare le necessarie dichiarazioni di conformità correlate alla notifica per via telematica, già adottate invece per il processo civile.

I giudici campani, contraddicendo il TAR Lazio, hanno ritenuto ammissibile la notifica via pec dei ricorsi al TAR (sentenza del 6 febbraio 2015 n. 923).

Viene affermato che la previa autorizzazione del Presidente di cui all’art. 52 c.p.a. riguarda forme “speciali” di notificazione, laddove quella a mezzo pec deve oramai considerarsi fisiologica stante la progressiva “telematizzazione” del processo amministrativo.

Si ritiene, inoltre, che la legittimità della notifica è comunque recuperabile dall’art. 1 Legge 53/1994 secondo cui “la notificazione degli atti in materia civile, amministrativa e stragiudiziale può essere eseguita a mezzo di posta elettronica certificata”.

Per tali motivi i magistrati partenopei hanno stabilito che la notifica via pec è idonea ad instaurare i rapporti processuali.

TAR Salerno, sentenza n. 680/2014: pieno diritto di accesso agli atti da parte dei consiglieri comunali.

Le richieste di accesso dei consiglieri comunali finalizzate a ottenere la documentazione di tutti i settori dell’amministrazione, tendenti a compiere un sindacato generalizzato dell’attività degli organi decidenti, deliberanti e amministrativi dell’ente, sono compatibili con il principio di funzionalità del mandato.
Tale principio viene affermato con la sentenza n. 680 del 04.04.2014, del TAR Salerno.
I magistrati amministrativi, con la sentenza n. 680/2014, hanno affermato il carattere derogatorio dell’art. 43, comma 2, del decreto legislativo n. 267/2000 rispetto alla disciplina generale dell’accesso contenuta negli artt. 22 e seguenti della legge n. 241/90, che comporta una dipendenza funzionale tra la conoscenza del documento e la coltivazione dell’interesse dedotto, da fare valere eventualmente in sede processuale.

L’accesso, di cui all’art. 43 del Tuel ha invece l’obiettivo di mettere in condizione il consigliere comunale di esercitare il proprio mandato e di verificare il comportamento degli organi istituzionali del comune, ragion per cui i consiglieri hanno facoltà di presentare interrogazioni e ogni altra istanza di sindacato ispettivo.
L’amministrazione comunale dovrà consentire l’accesso agli atti richiesti, riconoscendo un ampio “diritto all’informazione” al quale si contrappone il puntuale obbligo degli uffici di fornire ai richiedenti tutte le notizie e le informazioni in loro possesso.

TAR Salerno, sentenza n. 1383/14: incarichi legali e procedure ad evidenza pubblica.

Per affidare una serie di servizi legali a professionisti esterni occorre esperire una procedura concorsuale selettiva ad hoc, aperta alla partecipazione di tutti coloro che, in possesso dei titoli e dei requisiti richiesti, aspirano al conseguimento dell’incarico.

Proprio in merito s’è espresso il TAR della Campania – Salerno, sezione II, con sentenza n. 1383 del 16.07.2014 riguardo alla impugnazione di una delibera con la quale un Comune aveva proceduto all’affidamento diretto, in via fiduciaria a due avvocati esterni, dell’incarico di consulenza legale, giudiziale e stragiudiziale a tutti gli organi comunali per la durata di un anno.

La contestata legittimità di questa azione amministrativa ha fatto porre l’accento sulla legittima pretesa che l’amministrazione, pur quando agisce secondo il diritto privato, pervenga alla selezione del contraente sulla base di procedure amministrative trasparenti, idonee a consentire a tutti gli aventi diritto di partecipare, in condizioni di parità e uguaglianza, alla selezione per la scelta del miglior contraente.

È stato quindi chiarito che, quando non trattasi di un singolo incarico o di una singola attività afferente a una specifica vertenza legale ma della complessa organizzazione di un’attività di assistenza in favore dell’ente locale che può comprendere anche la difesa giudiziale ma che in essa non si esaurisce bisogna espletare una pubblica procedura di selezione del professionista.

Se il “patrocinio legale” costituisce il contratto volto a soddisfare il solo e circoscritto bisogno di difesa giudiziale del cliente, la nozione di “servizio legale” è da ritenersi nell’ottica della gestione di tutto il servizio dell’attività legale dell’amministrazione, comprensivo anche di consultazioni orali, scritte, e di redazioni di pareri.

Questa distinzione, sottolineata anche di recente dalla Giurisprudenza contabile e ripresa dai giudici amministrativi nella sentenza del TAR Campania – Salerno sent. 16.07.2014 n. 1383, è stata utile a fare chiarezza sulla questione.

TAR Salerno, sentenza n. 1943/14: sulla valutazione delle prove nel processo amministrativo e sulla rilevanza del principio di non contestazione anche nell’ipotesi di mancata costituzione in giudizio della P.A.

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania sezione staccata di Salerno, Sez. Prima, con sentenza del 19.11.2014 n. 1943 ha sancito che a fronte delle deduzioni e delle prove, documentali e logiche fornite dal ricorrente, se nessun argomento contrario viene addotto dall’Amministrazione intimata, la quale rimanendo estranea al giudizio e quindi in assenza di contestazione, le circostanze e i fatti di causa devono ritenersi conformi alla situazione di fatto rappresentate.

La sentenza testualmente asserisce che “ai sensi dell’art. 64 comma 2, c.p.a. la mancata costituzione in giudizio e la conseguente assenza di ogni difesa da parte dell’Amministrazione intimata comporta l’applicazione del principio di non contestazione ovvero argomenti di prova sfavorevoli, ex art. 64 comma 4, dello stesso Codice, dovendosi ragionevolmente dedurre che, rispetto a quanto dedotto in ricorso e riscontrato dal Collegio giudicante, l’Amministrazione non avesse alcuna difesa utile da opporre”

Si fatta correlazione, tra il 2° e 4° comma del citato articolo porta ad affermare che, anche dalla mancata costituzione in giudizio della P.A. il Giudice Amministrativo può trarre argomenti di prova anche ai fini dell’applicazione del principio di non contestazione.

Tale risultato sembra quasi voler essere – indirettamente – un incentivo a che la Pubblica Amministrazione si costituisca in giudizio quanto meno per smentire i fatti dedotti dal ricorrente, avendo così come risultato, un salutare effetto sul contraddittorio e dunque sul giudizio.

Traslatio iudicii: possibile solo se si osserva l’originario termine di decadenza

La giurisprudenza amministrativa sembra ormai essersi assestata nel senso di ammettere il ricorso al meccanismo riparatorio della riassunzione, codificato dall’art. 11 c.p.a., soltanto nei casi in cui la causa civile sia stata introdotta entro lo stesso termine previsto per il ricorso al  giudice amministrativo, pena la decadenza dell’impugnativa, ove correlata a situazioni qualificabili come interesse legittimo.

Consiglio di Stato n. 940/2012

T.A.R. Napoli, sent. 1354/2012