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DPR 31/2017 interventi esclusi dall’autorizzazione paesaggistica o soggetti a procedura semplificata: l’informativa ministeriale.

DPR 13.12.2017 n. 31 “individuazione degli interventi esclusi dall’autorizzazione paesaggistica o sottoposti a procedura semplificata”: l’informativa dell’ufficio ministeriale. Qui il testo integrale

Consiglio di Stato V sezione, sentenza n. 1564/2015 sulla VIA.

La sentenza 1564/2015 definisce i limiti di ammissibilità del sindacato giurisdizionale in materia di valutazione di impatto ambientale (VIA).

 

TAR Salerno, sentenza n. 1428/14: il Comune ha il diritto di partecipare al procedimento per la valutazione di incidenza del piano regionale delle attività estrattive (PRAE).

Il TAR Salerno, sezione seconda, con sentenza num. 1428 del 29.7.2014 ha annullato la valutazione d’incidenza del PRAE, illegittima perchè adottata in violazione delle regole partecipative. Il vizio riscontratosi riverbera sulla motivazione del provvedimento e sull’istruttoria, carenti in quanto la natura discrezionale dell’atto (discrezionalità tecnica) rendeva indispensabile l’apporto partecipativo del Comune finalizzato a dimostrare la concreta incidenza dell’attività programmata sulla salvaguardia dell’ambiente.

Sanatoria di opere realizzate in presenza di un vincolo paesaggistico: Cons. Stato, sez. VI, 26 marzo 2014, n. 1472.

La sentenza del 26 marzo 2014, n. 1472 afferma, per la prima volta, il principio secondo cui il divieto di sanatoria di opere abusive in presenza di un vincolo paesaggistico non opera quando l’abusività è conseguenza dell’annullamento, in autotutela ovvero da parte del giudice amministrativo, del titolo abilitativo.

L’articolo 146, comma 4, del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell’articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137) ha disposto che fuori dai casi di cui all’articolo 167, commi 4 e 5, l’autorizzazione paesaggistica non può essere rilasciata in sanatoria successivamente alla realizzazione, anche parziale, degli interventi. Il richiamato articolo 167 ha stabilito che tale divieto non opera nei casi in cui: a) i lavori eseguiti non hanno determinato la «creazione di superficie utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati»; b) sono stati impiegati «materiali in difformità dall’autorizzazione paesaggistica»; c) gli interventi eseguiti sono qualificabili quali «interventi di manutenzione ordinaria o straordinaria» ai sensi dell’art. 3 del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia).

Svolta questa premessa nella sentenza si afferma quanto segue.

«Le norme riportate, come risulta dal loro tenore letterale, non consentono la sanatoria di interventi realizzati in assenza o in difformità dall’autorizzazione paesaggistica, ammettendo il rilascio di un provvedimento di compatibilità soltanto nel caso di abusi minori.

Si tratta di norme imperative di divieto di fattispecie specificamente descritte, con individuazione di quelle sottratte al divieto stesso.

Il legislatore non ha ricompreso nell’ambito di applicazione della disposizione in esame la realizzazione di lavori eseguiti sulla base di una autorizzazione paesaggistica rilasciata e, successivamente, annullata in sede giurisdizionale. Né sarebbe ammissibile una interpretazione analogica del citato articolo 146, comma 4, in quanto, venendo in rilievo una norma di proibizione, la stessa, per la sua natura eccezionale, non è suscettibile di applicazione a casi diversi da quelli espressamente contemplati. Ma anche a volere prescindere da tale aspetto, non sussisterebbe neanche la identità di ratio che giustifica il procedimento di interpretazione analogica: non sono, infatti, equiparabili le due fattispecie costituite, da un lato, dall’assenza o difformità dal titolo, dall’altro, dall’esistenza di un titolo invalido ma, sino alla sentenza del giudice amministrativo, pienamente efficace. Lo stesso legislatore tiene normalmente separate le ipotesi in esame: si pensi, a titolo esemplificativo, sia pure in relazione ad un ambito diverso da quello in esame, alla diversa disciplina edilizia prevista per le opere realizzate senza titolo, in difformità essenziale da esso ovvero sulla base di un atto annullato (si vedano, a tale proposito, gli articoli 31 e seguenti del d.lgs. n. 380 del 2001)».

Cassazione Penale Sez. III, Sent. 31.07.2013, n. 33162: irrilevanza penale dell’attività estrattiva e poteri di vigilanza del Comune (sull’applicazione dell’art. 44 lett. a) al D.P.R. 380/2001 all’attività di cava)

La Cassazione Penale Sez. III, con la sentenza n. 33162 del 31.07.2013 si è espressa in merito al sequestro preventivo di una cava e relative attrezzature in relazione al reato al D.P.R. n. 380/2001 art. 44, lett. b) “ […] nei casi di esecuzione dei lavori in totale difformità o assenza del permesso o di prosecuzione degli stessi nonostante l’ordine di sospensione”; contestato perché non era stato rispettato l’ordine del sindaco di cessazione della attività di coltivazione per essere la relativa autorizzazione all’esercizio della cava scaduta nel 2009 e perché l’attività era difforme da quanto previsto dalla autorizzazione in quanto svolta su superficie maggiore e con estrazione di una maggiore quantità di inerti.
La Corte Suprema ha affermato che sulla mancanza o il venire meno dell’autorizzazione per l’attività estrattiva non può configurarsi il reato menzionato (D.P.R. 6 giugno 2001 n. 380, art. 44, lett. b)) in quanto: se è vero che l’attività di cave e torbiere deve svolgersi nel rispetto della pianificazione territoriale comunale, configurandosi, in difetto, (cioè in caso di svolgimento della stessa in zona non consentita), la contravvenzione di cui al D.P.R. n. 380 del 2001 art. 44, lett. a), è altresì vero che l’autorità comunale non ha potere di controllo, ne’ sotto forma di autorizzazione, ne’ di concessione, perché l’attività urbanistica è strettamente correlata agli insediamenti sul territorio e, per quanto questi possano diversificarsi, è certo che non è ritenuta tale un’attività estrattiva.
Viene inoltre affermato che, il reato contestato, non è neanche astrattamente configurabile sotto il profilo della difformità della attività rispetto alla autorizzazione estrattiva, applicando in tal modo in via analogica la norma penale che punisce l’attività in difformità dal permesso di costruire alla ipotesi di attività in difformità della autorizzazione estrattiva. Si darebbe luogo ad una inammissibile applicazione analogica in mala partem di una norma penale oltre che illogica, dal momento che, sottolinea la sentenza, è pacifico che la norma in esame non potrebbe applicarsi per l’ipotesi di totale mancanza di autorizzazione estrattiva.