Home » 2017 » Dicembre

Monthly Archives: Dicembre 2017

Cassazione Ordinanza n. 29579/2017: notifica a mezzo posta, necessaria la produzione dell’avviso di ricevimento

Ancora una pronuncia della Cassazione in materia di notifica a mezzo posta e mancata produzione dell’avviso di ricevimento.

Il giudice nomofilattico, con l’ordinanza n. 29579_2017 dell’11.12.2017, ha nuovamente affermato la necessità di produrre l’avviso di ricevimento del ricorso notificato a mezzo del servizio postale, pena l’inammissibilità dello stesso in caso di mancata costituzione della controparte.

Afferma la S.C. che in materia di notificazione a mezzo posta, l’avviso di ricevimento, pur non essendo elemento costitutivo del procedimento di notificazione,  costituisce il solo documento idoneo a provare sia l’intervenuta consegna dell’atto al destinatario, sia la data di questa e l’identità e l’idoneità della persona a mani della quale la consegna è stata eseguita.

Peraltro, precisa la Cassazione, la mancata produzione dell’avviso di ricevimento non può essere superata con la rinnovazione della notificazione ai sensi dell’art. 291 c.p.c., non vertendosi in ipotesi di mera nullità (Cass. Civ. n. 26108/2015), salvo che non si ottenga la rimessione in termini, offrendo la prova documentale di essersi tempestivamente attivati nel richiedere all’amministrazione postale – ai sensi dell’art. 6, comma 1, L. 890/82 – un duplicato dell’avviso.

Nel caso deciso la Corte, in mancanza della produzione dell’avviso di ricevimento ed in assenza di istanze di rimessione in termini da parte della P.A. ricorrente, ha dichiarato l’inammissibilità del ricorso.

Cassazione 29146/2017: sottoscrizione doppia del modulo CAI presunzione iuris tantum sulle modalità con cui è accaduto il sinistro

La Cassazione, con l’ordinanza n. 29146 del 6.12.2017, si preoccupa di rispondere alla domanda sulla valenza probatoria da attribuire alle dichiarazioni contenute nel modulo C.A.I. (Constatazione Amichevole di Incidente) recante la sottoscrizione di entrambi i conducenti coinvolti in un sinistro stradale.

Sul punto va sin da subito segnalato che la giurisprudenza non è stata sempre univoca, nascendo essenzialmente i problemi interpretativi sia dalla circostanza che l’assicuratore del danneggiante è soggetto terzo rispetto ai dichiaranti sia dalla possibilità che il conducente dichiarante sia soggetto diverso dal proprietario del veicolo.

Da un punto di vista squisitamente normativo, la materia è disciplinata dall’art. 143 co. 2 Cod. Ass. Priv. (che a sua volta richiama l’art. 5, comma 2, L. 29/1977) , secondo cui: “Quando il modulo sia firmato congiuntamente da entrambi i conducenti coinvolti nel sinistro si presume, salvo prova contraria da parte dell’impresa di assicurazione, che il sinistro si sia verificato nelle circostanze, con le modalità e con le conseguenze risultanti dal modulo stesso”.

Come detto tuttavia in giurisprudenza gli orientamenti sono stati più che ondivaghi nel corso del tempo.

Ed invero, secondo una prima impostazione, la presunzione semplice introdotta dalla legge avrebbe potuto operare soltanto in fase stragiudiziale. Nel caso opposto, ossia quando il C.A.I. sia utilizzato nel corso del giudizio, “trattandosi di dichiarazioni rese da un soggetto diverso dall’assicuratoresono liberamente apprezzabili dal giudice allo stesso modo delle dichiarazioni confessorie rese da un terzo”  (Cass. Civ. 4369/2002).

Secondo altro orientamento (Cass. Civ. 4007/2004), invece, la valenza probatoria del modulo C.A.I. sarebbe differente a seconda che le dichiarazioni confessorie siano opposte al conducente che le ha rese (confessione giudiziale ex art. 2735 c.c.), al proprietario del veicolo (alcun effetto confessorio essendo liberamente apprezzabile dal giudice), ovvero ancora alla compagnia assicurativa (presunzione “iuris tantum).

A dirimere i contrasti insorti ci hanno pensato le Sezioni Unite che, con la sentenza 16376/2006, hanno affermato che le dichiarazioni contenute nel modulo C.A.I. non possono fare piena prova nei confronti di alcuno dei litisconsorti chiamati in giudizio, ma non per questo possono considerarsi alla stregua di semplice prova liberamente apprezzabile, essendo le stesse idonee a fondare una presunzione semplice nei confronti di tutte le parti del giudizio.

Fa proprio questo indirizzo anche la recentissima statuizione del 6.12.2017, n. 29146, qui in commento,  secondo cui la “sottoscrizione congiunta, da parte di entrambi i conducenti, del modello CAI […] determina una presunzione, valida fino a prova contraria, del fatto che il sinistro si sia verificato con le modalità ivi indicate”.

Precisano infine i giudici di Piazza Cavour che la suddetta presunzione “è superabile, ma occorre che il giudice del merito ne spieghi le ragioni”.

Di qui l’errore in cui, secondo la S.C., è incorso il Tribunale adito in sede di gravame il quale, pur non mettendo in dubbio l’esistenza del sinistro ha tout court ritenuto che le concrete modalità di accadimento del sinistro indicate dall’attrice non avessero trovato adeguati riscontri oggettivi, senza spiegare tuttavia quale sarebbe potuta essere l’effettiva dinamica dell’incidente.

 

Corte di Appello di Potenza: il lavoratore – Presidente del Consiglio Comunale, anche nei piccoli Comuni, può assentarsi giustificatamente dal servizio per motivi “istituzionali”

Una recentissima sentenza della Corte di Appello di Potenza, la n. 234/2017 del 28.11.2017, attraverso una corretta operazione ermeneutica dell’art. 79, comma 4, D.lgs. 267/2000 (cd. TUEL), il quale riconosce la possibilità per i lavoratori che abbiano al contempo cariche elettive negli enti locali di assentarsi dal lavoro per un massimo di 24 ore lavorative al mese, ha chiarito che la suddetta norma deve trovare applicazione anche in favore dei Presidenti dei Consigli Comunali indipendentemente dal numero di abitanti.

Questo il caso.

Un’insegnante statale, contemporaneamente Presidente del Consiglio Comunale di un Comune del Salernitano con popolazione inferiore ai 15.000 abitanti, aveva presentato istanza per fruire di  5 ore di permesso dall’Istituto scolastico presso il quale presta la propria attività di docente al fine di partecipare, nella sua veste pubblica, alla locale manifestazione del 4 novembre (giornata dell’Unità nazionale e delle Forze Armate).

Il dirigente scolastico, tuttavia, aveva ritenuto la docente assente ingiustificata, con tutte le conseguenze del caso sia ai fini retributivi che contributivi.

La docente, ritenuta l’illegittimità del provvedimento, ricorreva dinanzi al Giudice del Lavoro il quale rigettava la domanda ritenendo che l’art. 79, comma 4 del d.lgs. 267/2000 consentisse di assentarsi dal posto di lavoro per un massimo di 24 ore mensili soltanto ai Presidenti dei Consigli Comunali con popolazione superiore ai 15.000 abitanti e che, dunque, non potesse trovare applicazione nel caso di specie.

La statuizione veniva gravata dalla docente, difesa dallo Studio Legale Associato Riccardi & Fenucciu, dinanzi alla Corte di Appello di Potenza.

In particolare l’appellante criticava la lettura della disposizione legislativa offerta dal primo giudice, affermando che proprio il chiaro tenore letterale della norma, che garantisce i controversi permessi ai “presidenti dei consigli comunali, provinciali e circoscrizionali, nonchè i presidenti dei gruppi consiliari delle province e dei comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti”  consentiva di affermare il proprio diritto ad assentarsi dal posto di lavoro per le ore richieste, giacchè la limitazione poteva riguardare al più i presidenti dei gruppi consiliari (i quali hanno evidentemente un ruolo istituzionale differente rappresentando il loro gruppo politico e non l’intera assise comunale), non già i presidenti dei consigli comunali.

Il Collegio Lucano, nel riformare la sentenza di primo grado,  ha accolto la linea interpretativa offerta dalla difesa della docente, affermando che “la frase contenuta nella norma in esame <<nonché i presidenti dei gruppi consiliari delle province e dei comuni con popolazione superiore ai 15.000 abitanti>> è un inciso, compreso tra due virgole che, pertanto, circoscrive solo ai presidenti dei gruppi consiliari il descritto dato demografico, probabilmente correlato alla funzione non istituzionale ma politica di tali soggetti”.

Tar Lazio, sentenza 7646/2017; Tar Sicilia, sentenza 1161/2016: iscrizione nella white list, aggiornamento delle informative antimafia ed obbligo di provvedere

Qui la sentenza del Tar Lazio 7646/2017  . Afferma che le attività da svolgere e i termini da rispettare per l’aggiornamento delle informazioni antimafia e l’iscrizione nella white list coincidono con quelli fissati dall’art. 92 del codice per il rilascio delle informazioni antimafia  (45 + 30 giorni). Vedi però la sentenza n. 1161/2016 del Tar Palermo che valorizza l’art. 3 comma 3 del DPCM 18/4/2013 in materia di white lists prefettizie che fissa il termine per la conclusione del relativo procedimento in 90 giorni.

Cassazione Civile, ordinanza 22587/2017. Gravità dell’inadempimento ex art. 1455 c.c. e risoluzione del contratto di affitto dell’area di cava

Interessante pronuncia della Corte di Cassazione contenuta nell’ordinanza n. 22587 del 27.9.2017 in materia di contratto di fitto per l’esercizio dell’attività estrattiva.

I giudici di Piazza Cavour, nel confermare la statuizione del giudice d’appello, hanno respinto il ricorso della conduttrice avverso la declaratoria di risoluzione del contratto di affitto intimato dalla proprietaria, difesa dallo studio Riccardi & Fenucciu, affermando che la conduzione di attività estrattiva in sconfinamento costituisce al contempo violazione della normativa mineraria e del regolamento negoziale rappresentando un inadempimento grave ai sensi dell’art. 1455 c.c. che giustifica la risoluzione del contratto.

Nella richiamata pronuncia la S.C. afferma altresì che la valutazione in ordine alla gravità dell’inadempimento operata dal giudice di merito è sottratta al sindacato di legittimità, se adeguatamente motivata ed immune da vizi logici e giuridici.

Infine la Cassazione ribadisce il consolidato principio (ex plurimis Cass. 7077/2001) per cui quando una decisione di merito si fonda su distinte ed autonome rationes decidendi, ognuna delle quali sufficienti da sola a sorreggerla, il rigetto del motivo di ricorso attinente ad una di essa, rende superfluo l’esame degli altri motivi, non potendo la loro eventuale fondatezza (nel caso deciso in relazione all’avvenuta proroga del contratto di fitto per inefficacia della disdetta) portare alla cassazione della sentenza, che rimarrebbe ferma sulla scorta dell’argomento ritenuto esatto (id est il grave inadempimento della conduttrice che ha portato alla risoluzione giudiziale del contratto).