Home » 2015 » aprile

Monthly Archives: aprile 2015

L’avvocato può adire, con ricorso per decreto ingiuntivo finalizzato al recupero dei crediti professionali, il tribunale del luogo ove ha la sede principale dei suoi affari (e cioè il foro presso cui è iscritto).

Cassazione Civile, Sezione VI, Ordinanza 23 marzo 2015, n. 5810.

TAR Salerno, sentenza n. 1428/14: il Comune ha il diritto di partecipare al procedimento per la valutazione di incidenza del piano regionale delle attività estrattive (PRAE).

Il TAR Salerno, sezione seconda, con sentenza num. 1428 del 29.7.2014 ha annullato la valutazione d’incidenza del PRAE, illegittima perchè adottata in violazione delle regole partecipative. Il vizio riscontratosi riverbera sulla motivazione del provvedimento e sull’istruttoria, carenti in quanto la natura discrezionale dell’atto (discrezionalità tecnica) rendeva indispensabile l’apporto partecipativo del Comune finalizzato a dimostrare la concreta incidenza dell’attività programmata sulla salvaguardia dell’ambiente.

Atto emanato sulla base di una legge incostituzionale: Cons. Stato, sez. VI, 11 settembre 2014, n. 4624.

La sentenza n. 4624 dell’ 11 settembre 2014 si segnala per avere indicato quale è il regime, sostanziale e processuale, dell’atto adottato sulla base di una legge incostituzionale. Nella sentenza si afferma, testualmente, quanto segue.

«Sul piano sostanziale, l’atto amministrativo adottato sulla base di una legge dichiarata incostituzionale è annullabile. La legge in contrasto con la Costituzione è, infatti, una legge invalida ancorché efficace sino alla pubblicazione della sentenza della Corte costituzionale che la dichiara illegittima.

Tale sentenza, producendo effetti retroattivi incidenti sui rapporti pendenti, comporta che il provvedimento amministrativo viene privato, anch’esso con effetti retroattivi, della sua base legale. La conseguenza sarà sempre l’annullabilità e non la nullità dell’atto anche nel caso in cui la norma dichiarata costituzionalmente illegittima sia l’unica attributiva del potere.

Sul piano processuale, deve essere coordinato il principio della rilevabilità d’ufficio della questione di costituzionalità con il principio della domanda che caratterizza il processo amministrativo. La questione può essere rilevata d’ufficio purché la parte abbia introdotto nel processo i fatti principali su cui il giudice deve pronunciarsi. In particolare, è necessario che il ricorrente abbia impugnato il provvedimento amministrativo facendo valere, mediante la formulazione di censure, la sua illegittimità per contrasto con la norma, senza che sia necessario avere anche indicato, tra i motivi, l’illegittimità costituzionale della norma. 

Quando sussistono questi presupposti non è necessario che nel giudizio di appello venga fatto valere il vizio sopravvenuto dell’atto impugnato in primo grado mediante la proposizione di motivi aggiunti».

 

Conferenza di servizi e modalità di manifestazione del dissenso qualificato da parte di amministrazioni preposte alla tutela di interessi sensibili: Cons. Stato, sez. VI, 5 marzo 2014, n. 1059.

La questione posta all’esame del Collegio ha riguardato la legittimità di una determinazione comunale adottata all’esito di una conferenza di servizi indetta per l’esame e l’approvazione di un progetto definitivo per la ristrutturazione di una area portuale.

Alla conferenza di servizi era stata inviata anche l’ Autorità di Bacino, in qualità di amministrazione deputata ad esprimere un parere obbligatorio sulla compatibilità dell’intervento con i vigenti strumenti di pianificazione in tema di prevenzione del rischio idrogeologico.

Poco prima dell’inizio dei lavori della quinta seduta della Conferenza, l’Autorità di Bacino – che non aveva designato alcun rappresentante a prendervi parte – faceva pervenire via fax al Comune procedente una nota a firma del Commissario straordinario, con cui rendeva noto che il proprio Comitato tecnico aveva espresso parere contrario al progetto per contrasto con i vigenti atti di pianificazione.

La questione giuridica risolta dalla sentenza n. 1059 del 5 marzo 2014 indicata in epigrafe ha riguardato la valenza del dissenso manifestato da una amministrazione preposta alla tutela di interessi sensibili al di fuori della sede della conferenza.

L’art. 14, comma 2, della legge n. 241 del 1990 dispone che «la conferenza di servizi è sempre indetta quando l’amministrazione procedente deve acquisire intese, concerti, nulla osta o assensi comunque denominati di altre amministrazioni pubbliche e non li ottenga, entro trenta giorni dalla ricezione, da parte dell’amministrazione competente, della relativa richiesta».

L’art. 14-quater, primo comma, prevede che il dissenso di uno o più rappresentanti delle amministrazioni ivi comprese quelle preposte alla tutela

ambientale, paesaggistico-territoriale, del patrimonio storico-artistico o alla tutela della salute e della pubblica incolumità, regolarmente convocate alla conferenza di servizi, «a pena di inammissibilità, deve essere manifestato nella conferenza di servizi, deve essere congruamente motivato, non può riferirsi a questioni connesse che non costituiscono oggetto della conferenza medesima e deve recare

le specifiche indicazioni delle modifiche progettuali necessarie ai fini dell’assenso».

Il terzo comma dello stesso art. 14-quater dispone che «ove venga espresso motivato dissenso da parte di un’amministrazione preposta alla tutela

ambientale, paesaggistico-territoriale, del patrimonio storico-artistico o alla tutela della salute e della pubblica incolumità, la questione, in attuazione e nel rispetto del principio di leale collaborazione e dell’articolo 120 della Costituzione, è rimessa dall’amministrazione procedente alla deliberazione del Consiglio dei Ministri, che ha natura di atto di alta amministrazione».

Il Consiglio di Stato ha affermato che «vero è che, in ragione della qualifica di ‘inammissibilità’, la mancata espressione nel contesto della conferenza di servizi del dissenso qualificato a cura di interessi sensibili non è idonea a generare l’effetto di rimessione della questione ad altro e superiore livello di governo a norma dell’art. 14-quater, comma 3, l. n. 241 del 1990». Nondimeno, si afferma, «un parere ostativo di siffatti caratteri ed effetti, espresso fuori e appena prima dalla conferenza, non è per ciò solo da considerare, da parte di un’altra amministrazione, come inesistente; né la valutazione tecnica cui si riferisce può essere contrastata nell’immediato, senza ulteriori e congrui approfondimenti».

A queste conclusioni il Consiglio di Stato è pervenuto sulla base del rilievo che «l’azione amministrativa, quando è ripartita tra varie competenze,

specie in ragione dell’autonomia locale, necessita dell’applicazione effettiva dell’immanente principio fondamentale di leale cooperazione, che esige – a compensazione della ripartizione di competenze – che le amministrazioni implicate collaborino realmente nella salvaguardia dell’esercizio reciproco delle funzioni, acquisendo così una congrua e completa conoscenza dei fatti e la possibilità di una considerazione adeguata e proporzionata degli interessi coinvolti di rispettiva competenza, vagliando se gli assunti presi a base sono corretti o possono essere corretti e modificati pur senza venir meno alla cura dell’interesse pubblico di loro attribuzione: ferma restando poi per ciascuna la autonoma e definitiva valutazione (specie se tecnica: la comparazione non trasforma infatti la valutazione tecnica in un giudizio di discrezionalità».

Motivazione del provvedimento, vizio formale non invalidante dell’atto e integrazione giudiziale: Cons. Stato, sez. IV, 4 marzo 2014 n. 1018.

Nella sentenza n. 1018 del 4 marzo 2014 si afferma, richiamandosi la sentenza della V Sezione 20 agosto 2013, n. 4194, che è insegnamento tradizionale e consolidato quello in base al quale nel processo amministrativo la motivazione deve precedere e non seguire il provvedimento a tutela oltre che del buon andamento e dell’esigenza di delimitazione del controllo giudiziario degli stessi principi di parità delle parti e giusto processo (art. 2 c.p.a.) e di pienezza della tutela secondo il diritto europeo (art. 1 c.p.a.), i quali convergono nella centralità della motivazione quale presidio del diritto costituzionale di difesa.

Tuttavia, si rileva, il divieto di integrazione giudiziale della motivazione non ha carattere assoluto, in quanto non sempre i chiarimenti resi nel corso del giudizio valgono quale inammissibile integrazione postuma della motivazione: è il caso, si afferma nella sentenza, degli atti di natura vincolata di cui all’art. 21-octies della legge n. 241 del 1990, nei quali l’amministrazione può dare anche successivamente l’effettiva dimostrazione in giudizio dell’impossibilità di un diverso contenuto dispositivo dell’atto, oppure quello concernente la possibilità di una successiva indicazione di una fonte normativa non prima menzionata nel provvedimento, quando questa, per la sua notorietà, ben avrebbe potuto e dovuto essere conosciuta da un operatore professionale.

Infatti, sebbene il divieto di motivazione postuma, costantemente affermato dalla giurisprudenza amministrativa, meriti di essere confermato, rappresentando l’obbligo di motivazione il presidio essenziale del diritto di difesa, non può ritenersi, sottolinea il Consiglio di Stato, che l’amministrazione non incorra nel vizio di difetto di motivazione quando le ragioni del provvedimento siano chiaramente intuibili sulla base della parte dispositiva del provvedimento impugnato o si verta in ipotesi di attività vincolata. Inoltre, la facoltà dell’amministrazione di dare l’effettiva dimostrazione dell’impossibilità di un diverso contenuto dispositivo dell’atto, nel caso di atti vincolati, esclude in sede processuale che, si legge sempre nella sentenza, l’argomentazione difensiva dell’amministrazione, tesa ad assolvere all’onere della prova, possa essere qualificato come illegittima integrazione postuma della motivazione sostanziale, cioè come un’indebita integrazione in sede giustiziale della motivazione stessa.

Pertanto, alla luce dell’attuale assetto normativo, il Consiglio di Stato ritiene che devono essere attenuate le conseguenze del principio del divieto di integrazione postuma, dequotando il relativo vizio tutte le volte in cui l’omissione di motivazione successivamente esternata: i) non abbia leso il diritto di difesa dell’interessato; ii) nei casi in cui, in fase infraprocedimentale, risultano percepibili le ragioni sottese all’emissione del provvedimento gravato; iii) nei casi di atti vincolati.