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Traslatio iudicii: possibile solo se si osserva l’originario termine di decadenza

La giurisprudenza amministrativa sembra ormai essersi assestata nel senso di ammettere il ricorso al meccanismo riparatorio della riassunzione, codificato dall’art. 11 c.p.a., soltanto nei casi in cui la causa civile sia stata introdotta entro lo stesso termine previsto per il ricorso al  giudice amministrativo, pena la decadenza dell’impugnativa, ove correlata a situazioni qualificabili come interesse legittimo.

Consiglio di Stato n. 940/2012

T.A.R. Napoli, sent. 1354/2012

 

 

La sottile linea tra cronaca e diffamazione

Informazione ed onore: la questione ruota tutta intorno a questi due valori, così importanti ma a volte così apparentemente inconciliabili. Da una parte il diritto all’onore (art. 2 Cost.), e dall’altra la libertà di informazione, intesa come libertà di informare, di informarsi e di essere informati, anche questa direttamente riconosciuta a livello costituzionale dall’articolo 21. Il difficile compito di trovare una soluzione mediana a questo conflitto di interessi è attribuito al giudice.

E’ noto che sussiste diffamazione ogni qualvolta siano pronunciate frasi o parole offensive dell’onore, del decoro o della reputazione della vittima, da intendersi non come la considerazione che ciascuno ha di sé, ma come il senso della dignità personale che ognuno ha di sé in conformità all’opinione del gruppo sociale, secondo il particolare contesto storico in cui detta valutazione avviene.

Orbene tale condotta può essere scriminata dal diritto di cronaca, quando l’interesse pubblico alla diffamazione prevalga sull’interesse del singolo alla propria reputazione, e ricorrano le seguenti tre condizioni:

1) l’utilità sociale della notizia;

2) la forma civile dell’esposizione;

3) la verità, anche putativa di essa (sul cui significato ci si soffermerà a breve) circa i fatti esposti, che devono essere il frutto di una ricerca seria e controllata (Cass. Civ. 16917/2010).

Tralasciando per il momento le prime due condizioni, proprio con riferimento alla “verità” della notizia,  si segnala un’interessante pronuncia della Cassazione (Cass. Civ.  6490/2010), la quale ha ritenuto “Quanto al diritto di cronaca, esso non esime l’emittente – e per essa il giornalista a cui sia affidata la trasmissione – dal valutare con la debita cautela l’attendibilità delle informazioni cui dia spazio, o quantomeno dall’istituire un minimo di contraddittorio, soprattutto a fronte di accuse di particolare gravità, interpellando anche l’accusato o chi per lui, sì da metterlo nelle condizioni di difendersi nell’immediatezza degli addebiti e tramite lo stesso mezzo di diffusione […] L’esercizio del diritto di cronaca deve essere cioè attentamente calibrato, in considerazione da un lato dell’interesse del pubblico alla conoscenza dei fatti, se ovviamente veri; dall’altro lato dell’entità dei danni che ne potrebbero ingiustamente derivare agli accusati, se i fatti non fossero veri”.

Al fine di invocare l’esimente del diritto di cronaca, la verità della notizia può essere, come detto, anche putativa.  Tuttavia questa condizione va valutata con particolare rigore, essendo la stessa ipotizzabile solo qualora, pur non essendo obiettivamente vero il fatto pubblicato, il giornalista abbia in ogni caso assolto l’obbligo di esaminare, controllare e verificare quanto oggetto della sua narrativa, al fine di vincere ogni dubbio, “non essendo sufficiente un generico affidamento sia pure in buona fede” (Cass. Pen. sent. 11277/2010).

Provaci ancora, Sesta!

La VI Sezione del Consiglio di Stato ha rimesso per ben tre volte all’Adunanza Plenaria la questione dell’ammissibilità dell’impugnazione immediata delle clausole illegittime del bando (non escludenti) da parte dei concorrenti al fine della rimeditazione dell’avviso espresso dalla decisione n. 1/2003.

In tutti e tre i casi l’Adunanza Plenaria ha evitato di affrontare la questione per difetto di rilevanza nel caso specifico, definito per altre assorbenti ragioni.

Di seguito le ordinanze di rimessione e le decisioni dell’A.P.:

ordinanza 351/2011 ; — sentenza 4/2011;

ordinanza 2633/2012; — sentenza 31/2012;

ordinanza 634/2013 sentenza 8/2013

Consiglio di Stato, V, sentenza 5131/2013

 

Il Consiglio di Stato ribadisce i limiti di ammissibilità dell’impugnazione del bando da parte di chi non abbia partecipato alla gara.

Afferma che:

In materia di controversie aventi ad oggetto gare di appalto, il tema della legittimazione al ricorso (o titolo) è declinato nel senso che tale legittimazione deve essere correlata ad una situazione differenziata e dunque meritevole di tutela, in modo certo, per effetto della partecipazione alla stessa procedura oggetto di contestazione; chi volontariamente e liberamente si è astenuto dal partecipare ad una selezione non è dunque legittimato a chiederne l’annullamento ancorché vanti un interesse di fatto a che la competizione – per lui res inter alios acta – venga nuovamente bandita; a tale regola generale si può fare eccezione solamente in tre tassative ipotesi e cioè quando si contesti in radice l’indizione della gara; all’inverso, si contesti che una gara sia mancata, avendo l’amministrazione disposto l’affidamento in via diretta del contratto; si impugnino direttamente le clausole del bando assumendo che le stesse siano immediatamente escludenti.

Testo integrale

Tar Lazio, II, sentenza n. 1884/2013

Sull’impugnabilità del bando in assenza di domanda di partecipazione alla gara.

Testo integrale